Il pensierino

  di Giancarlo Giudici

 

I tanti spread di cui dovremmo occuparci

La notizia del giorno è il ritorno dello spread sotto quota 200. Innanzitutto traduciamo per i non addetti ai lavori. Per la prima volta dopo tanti mesi, la differenza fra il rendimento annuale dei titoli di stato decennali italiani e quello dei titoli tedeschi con stessa scadenza è tornata sotto il 2%, ovvero 200 punti base. Il rendimento viene calcolato partendo dai prezzi sul mercato borsistico di questi titoli, e riflette il ‘premio’ che i mercati internazionali chiedono al debito pubblico italiano, in virtù del maggiore rischio percepito rispetto al debito pubblico della signora Merkel. È corretto quindi dire che un possibile default dell’Italia viene giudicato ora meno probabile, e questo è legato a due fattori: una maggiore stabilità del mercato dell’Euro (tanto è vero che anche la Spagna ha festeggiato il suo record) e senza dubbio una maggiore credibilità internazionale dell’Italia rispetto ai tempi bui del recente passato. Non a caso la riduzione dello spread sotto la soglia psicologica del 2% ha spinto membri del Governo a dichiarazioni ottimistiche sulle risorse che si renderanno disponibili per il rilancio dell’economia, la riduzione delle tasse e gli investimenti pubblici.

Ma le cose stanno così? La Befana ci porta un regalo inatteso? Nelle prossime righe dimostrerò conti alla mano che non è così.

Innanzitutto lo spread non è il valore assoluto del tasso di interesse pagato, ma è la differenza rispetto a quello che paga la signora Merkel. Quindi se vogliamo calcolare il vantaggio per il bilancio dello Stato dobbiamo guardare ai valori assoluti. Ebbene, il 3 gennaio 2014 il rendimento del BTP decennale era pari a 3,94%. Un anno fa era il 4,22%. La differenza è pari a 28 punti base. Allora però lo spread era pari a 270 punti base. Infatti, un anno fa i bund tedeschi a 10 anni rendevano l’1,52%, contro l’1,95% del 3 gennaio 2014 (+43 punti base). Come si vede dalla figura, lo spread in un anno si è ridotto di 71 punti base, ma i tassi solo di 28 punti base, perché nel frattempo i tassi tedeschi sono cresciuti di 43 punti. Quindi, rispetto a un anno fa, i mercati stanno chiedendo una remunerazione più bassa di ‘solo’ lo 0,28% (meno ancora sulle scadenze più brevi, inferiori ai 10 anni).

Inoltre, come detto, lo spread viene calcolato partendo dai prezzi di borsa dei titoli di stato. Non rappresenta quindi il tasso di interesse che lo Stato paga sui titoli, quanto invece il rendimento che essi offrono a chi li acquista sul cosiddetto mercato ‘secondario’. Gli interessi sono determinati al momento dell’emissione sul mercato ‘primario’, nelle aste mensili. Secondo le statistiche pubblicate da Mediobanca R&S più del 70% dei titoli di stato italiani in circolazione sono BTP, ovvero pagano una cedola fissa che rimane immutata nel tempo e non dipende dall’andamento dello spread. Il 14% circa sono titoli ‘zero-coupon’ come i BOT, che non pagano cedole. Meno dell’8% sono CCT, ovvero titoli che pagano cedole indicizzate ai tassi di mercato, ma a quelli di breve termine, non a quelli decennali. In poche parole, sullo stock di debito già esistente, lo spread ha un impatto pressochè trascurabile.

Il vero beneficio per le finanze pubbliche di una riduzione dei tassi di interesse si ha sulle nuove emissioni, quando viene determinato il tasso di interesse pagato agli investitori. Secondo i dati del Ministero del Tesoro, nel 2014 sono in scadenza BOT per 136 miliardi di euro, BTP per 108 miliardi, CCT per 26 miliardi, CTZ per 57 miliardi, più qualche miliardo di emissioni internazionali. Nel 2014 quindi lo Stato dovrà collocare nuovi titoli di stato per almeno 330 miliardi di euro (più l’eventuale deficit corrente). Poiché rispetto a un anno fa il ‘risparmio’ sul tasso di interesse da pagare è meno dello 0,28%, vuol dire che i minori interessi da pagare sono pari a circa 1 miliardo di euro. Ironia della sorte: lo stock totale di debito pubblico negli ultimi 12 mesi è cresciuto di circa 70 miliardi di euro, che nel 2014 dovremo remunerare con un esborso ben superiore a 1 miliardo euro. Ci siamo dunque già ‘mangiati’ tutto il risparmio prima calcolato, e la differenza dovrà saltar fuori o da tagli di investimenti e costi, o da nuove tasse, o da ulteriore debito.

In definitiva, visti i numeri, è assai improbabile che la (lieve) riduzione del tasso di interesse che paghiamo sui titoli del debito pubblico possa ‘liberare’ nuove risorse per ridurre le imposte o alimentare gli investimenti. La verità è che il macigno del debito pubblico è diventata una voragine che drena risorse costantemente e impedisce, salvo interventi strutturali o scelte politiche impopolari, di disporre di nuove risorse per la crescita. Fino a quando non si interromperà la costante crescita dello stock di debito è IMPENSABILE disporre di nuove risorse senza tagliare costi o aumentare le tasse.

Buttiamo a mare quindi lo spread? Assolutamente no. Il vero beneficiario della riduzione dello spread non sarà lo Stato, ma saranno le imprese e le banche. Le prime potranno finanziarsi a condizioni più simili rispetto ai competitor tedeschi ed europei, le seconde (che hanno le casse piene di titoli di stato italiani) beneficiano di un incremento del valore dell’attivo e di potenziali plusvalenze che – si spera – dovrebbero indurre ad aumentare l’offerta di credito al mercato.

Ma i veri ‘spread’ che il Governo dovrà abbassare nel 2014 sono i maggiori vincoli, le inerzie, i tempi lunghi della giustizia, le norme farraginose, i riti infiniti della burocrazia, le ingiustizie sociali, gli obbrobri fiscali. Questi sono i veri differenziali negativi che le imprese e le famiglie italiane scontano rispetto agli altri paesi europei. Questi sono i tanti ‘spread’ di cui il Parlamento dovrebbe occuparsi.

 

4 gennaio 2014

<-    Il decreto destinazione Italia (24 dicembre 2013)                                            ************                            Il pensierino può essere commentato dai miei amici su Facebook.